La nazionale di calcio brasiliana ha subìto una sonora batosta da quella norvegese. È risaputo che il calcio sudamericano ha un certo pregio nel contesto mondiale ciononostante la nazionale nordica si è imposta sul Brasile cinque volte campione del mondo. In Scandinavia il gioco del calcio è qualcosa di oggettivamente pressoché sconosciuto se poi il paragone viene effettuato con selezioni di prim’ordine quali i Verdeoro il confronto non regge nella maniera più assoluta. Tuttavia, anche la vittoria della Norvegia a danno del Brasile sta a indicare un calcio che continua a livellarsi – ci sia consentito, verso il basso – un calcio che continua in un certo senso a uniformarsi, un calcio in ultima analisi che procede in grande stile verso una globalizzazione, una globalizzazione estremamente pericolosa. Globalizzazione significa massificazione dunque perdita di prestigio del gioco del calcio stesso e in un calcio già malato a causa di parecchi fattori più o meno evidenti questa seguiterà a restituire risultati sempre più tristi; il livello dei calciatori in generale peggiorerà sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista comportamentale ma anche dal punto di vista professionale o per usare un termine in auge oggigiorno deontologico. Insomma, anche il gioco del calcio è vittima di una globalizzazione forsennata che lentamente – ma neanche tanto – sta distruggendo le poche cose ancóra accettabili che tale sport per il momento riesce a riproporre. Qual è la ricetta da applicare affinché il calcio ritorni uno sport dignitoso e appassionante com’era sino agli anni Ottanta e alla prima metà degli anni Novanta? Occorre tornare in quel periodo storico.