Nemmeno gli agenti di Testudo Arietata di stanza a Gerusalemme credono ai loro occhi. Un bambino si ritrova nel bel mezzo di una sparatoria, vuole cercare un riparo ma non sa in quale direzione scappare. Le fucilate giungono da tutte le parti ma nessun projettile pare centrarlo. Naturalmente non è l’obbiettivo né dei palestinesi né degli israeliani ma il pericolo che un colpo gli si pianti in fronte o lo colpisca in qualunque parte del corpo è concreto. Piange, si rannicchia a terra e nasconde la testa sotto le mani. Improvvisamente avviene il miracolo. Un combattente palestinese si getta nell’inferno, lo prende tra le sue braccia e lo porta al riparo dietro le macerie di un muro. Lì vi sono altri soldati musulmani che lo accolgono e lo proteggono. I guerrieri non conoscono nulla del bambino, nemmeno la sua religione. Quando scoprono che professa la religione ebraica non gli sono ostili bensì séguitano ad ajutarlo. Il milite che lo ha salvato e un suo commilitone lo accompagnano dalla zia che si trovava nelle vicinanze del conflitto a fuoco.