L’India della barbarie dimostra il peggio di sé a Varanasi sulle sponde del Gange, il grande fiume simbolo delle abiezioni panteistiche. Ogni giorno l’orrendo spettacolo della vergogna umana va in scena anche sotto lo sguardo ammirato di turisti malati di idolatria acuta. Lo scempio si trasforma in immondizia quanto i cadaveri cominciano ad ardere su pire improvvisate. Corpi morti di uomini, donne e bambini trattati come sacchi di letame vengono gettati da ogni parte sui gradini della scala che s’immerge nel fiume dell’infamie. Le pire ardono e un fumo puzzolente inquina l’aria indiana. Mentre corpi morti e talvolta discinti bruciano per soddisfare improbabili divinità corpi vivi s’immergono nel Gange tra rifiuti, ceneri di cadaveri e sterco di bestie. I vivi bevono l’acqua piena d’impurità e i morti deturpano la civiltà. Anche i defunti hanno un’anima morta – posto che di un’anima siano in possesso – ma le pire ardono e distruggono tutto. La bestialità brucia insieme all’immondizia e le malattie seguitano a diffondersi. I rituali della vergogna provocano infezioni nei corpi vivi, infezioni che verranno poi diffuse anche là dove il Gange non scorre. Sì, perché il sacro fiume può manifestare i suoi poteri soltanto in loco. Perbacco, questa deità possiede una forza divina alquanto anomala. L’orgia si ripete ogni giorno causa l’assenza di Cristo e nel bordello peggior d’un baccanale un’infinità di marionette recitano uno spettacolo grottesco. Corpi nudi ballano come scimmiette, bestie lerce si abbeverano nel sacro Gange, qualche capra urina alla base delle pire, i fedelissimi della materia si “battezzano” nel liquame… l’orrore della Giudecca dantesca al confronto è il paradiso. Qualche panteista ardito ha pure il coraggio di bere quell’intruglio schifoso composto da acqua e cenere di cadavere. È la bestialità.