Il mercato dei feti abortiti è in auge anche in Sierra Leone. Le aberrazioni più sconce evidentemente non hanno confine. L’ingravidamento di giovanissime donne a scopo di lucro è prassi pressoché consolidata nella maggior parte dei Paesi sottosviluppati o in via sviluppo, siano essi africani come in questo caso, asiatici oppure latinoamericani. Come si può constatare l’imprenditoria dell’omicidio non disdegna nessuna donna. Accoglie nei suoi ranghi donne di qualsiasi colore, di qualsiasi religione, di qualsiasi lingua. Insomma, va bene tutto. Le signorine vengono ingravidate da maschi per cui non è espressamente richiesta un’età. Quando, i presunti medici che le seguono durante la gravidanza, ritengono che sia giunto il momento di abortire, abortiscono. Si uccide un innocente, violando peraltro ogni codice morale ancor prima che penale, ma in compenso l’affare va a buon fine. Se una donna entra in questo percorso generalmente diviene schiava per tutta la vita e lo rimarrà anche quando raggiungerà l’età della menopausa. Ma non è stato così per l’amica (omissis). Benché legata come una bestia in un locale tutt’altro che salutare in attesa dell’intervento con il quale presunti medici le avrebbero ucciso il bimbo che portava in grembo è riuscita a spezzare la corda che la imprigionava ed è fuggita attraverso le campagne che si estendono nella zona di Moyamba. È riuscita a liberarsi senza l’ajuto di nessuno. Testudo Arietata comunica con gioja che la miserrima industria farmaceutica dovrà fare a meno del bambino morto di (omissis). Perché? Perché non ci sarà nessun bambino morto. La madre ha affermato con assoluta chiarezza che partorirà.