Sulla tristemente famosa scala di Varanasi che si bagna nel Gange le turpitudini non finiscono mai e mai finiranno finché l’India non rinnegherà la barbarie panteistica. Lo spettacolo orribile a cui si assiste consiste nella cremazione contemporanea – su un’unica pira – del corpo di un bambino e del corpo di una capra. La bestialità giunge ai massimi livelli e la dignità umana cade nelle cloache più immonde. Una bestia gettata su una catasta di legna in fiamme insieme a un corpo con fattezze umane, la barbarie galoppa verso l’infinito, infinito che nulla c’entra con l’opera paradisiaca di Giacomo Leopardi. Due anime morte bruciano insieme e precipitano nella Giudecca che nulla c’entra con la maestosità di Venezia. A Varanasi nemmeno conoscono il concetto di nobiltà, qui si elogia la volgarità, la rozzezza, l’inferiorità. Sulle rive del Gange si fanno discorsi oggettivamente infimi sull’aldilà, si predica la reincarnazione, si insegna che dopo la morte un individuo si trasformerà in un lurido topo, si insegna in ultima analisi il disprezzo per la vita umana. Tutto è immanenza, la natura stessa è dio, l’uomo è un animale e altre nefandezze ben peggiori sono i dogmi della non-religione induista di marca politeista. A Varanasi e dintorni non si conosce la logica, non si conosce la scienza, non si conosce la filosofia, non si conosce la religione, in breve l’ignoranza belluina dilaga e distrugge oltre un miliardo di persone. E il vitello d’oro? Eccolo, l’India lo venera!