Una componente oggigiorno di primaria importanza della guerra ibrida è senz’altro la guerra informatica o guerra cibernetica che dir si voglia. Ora, la guerra informatica in uso in àmbito militare trova anche spazio in ambiente civile; che cosa dire per esempio degli hacker? Questi operano tranquillamente nella società civile agendo su sistemi informatici di questa o quella istituzione non necessariamente politica. Quando un hacker penetra nei database o nei sistemi informatici di qualsivoglia “istituzione”: ospedali, università, aziende di una certa rilevanza mondiale ma anche aziende minori e altre “istituzioni” quale azione sta ponendo in essere? Certamente non si può in questi casi parlare di guerra propriamente intesa ma l’hacker sta sfoderando offensive più o meno violente che, fatte le debite proporzioni e i debiti distinguo, è una battaglia – se non vogliamo in termine guerra – contro un’entità nemica. Un’azione di questo genere può essere per così dire definita una “guerra in piccolo” pertanto è evidente che in virtù dello sviluppo informatico che l’umanità ha ormai raggiunto la guerra informatica – sia essa propriamente intesa o sia essa privatamente intesa – è insita nell’umanità stessa. Ogni contestazione nei confronti dunque del concetto di guerra ibrida è assolutamente fuori dalla realtà dei fatti; in ultima analisi è lecito affermare che forme di guerra ibrida vengono combattute quotidianamente dentro e fuori dalle forze armate. A parere di alcuni storici militari la prima guerra informatica combattuta al mondo fu la seconda guerra in Ossezia del Sud nel 2008 ma secondo noi di Testudo Arietata l’arte della guerra informatica – se per guerra informatica intendiamo guerra elettronico-informatica – risale a molto prima.