In questi giorni in Italia si continua a parlare – evidentemente a vanvera – riguardo alla questione della grazia. Si è cominciato a parlare di tale istituto giuridico dopo la condanna al carcere del giojellere che ha ucciso due criminali che lo rapinarono nel suo negozio. Ora, vi sono cosiddetti giuristi i quali affermano che la grazia – quale istituto giuridico – ogni volta che viene attivata crea una frattura addirittura nello Stato di diritto. La domanda che ne consegue è dunque la seguente: se la grazia – che ricordiamo può essere concessa solo dal Presidente delle Repubblica – è in collisione con lo Stato di diritto tanto da minarne i pilastri allora perché esiste nell’ordinamento italiano? Se la grazia è un corpo estraneo all’ordinamento di uno Stato democratico e di diritto allora perché non abolirla? La grazia nei vecchi Stati monarchici era una prerogativa esclusiva del Re poi catapultata per ragioni politiche negli ordinamenti repubblican-democratici nati di volta in volta. Per esempio nel caso dell’Italia la grazia era prevista già nella Monarchia Sabauda, infatti all’articolo 8 dello Statuto Albertino si legge: “Il Re può far grazia e commutare le pene”. Ora, posto che la Repubblica Italiana è una barzelletta come Testudo Arietata ha dimostrato in più occasioni e posto altresì che la costituzione italiana non è altro che una rivisitazione oggettivamente grottesca della Carta Albertina la grazia in casi come quello in oggetto è doverosa.