Hezbollah pare subire oltremisura le offensive d’Israele che séguita ad alzare l’intensità della guerra. Tel Aviv teme che il nemico musulmano possa sterminare gli ebrei e continua a introdurre in ogni discussione il problema per così dire dell’antisemitismo. Posto che il termine semita non identifica solo gl’israeliti – anche i palestinesi sono semiti – le affermazioni degli israeliani sono del tutto fuorvianti e completamente fuori luogo. Questo è un conflitto tra semiti che anche il più abile degli Statisti faticherebbe a placare. Gli attacchi più violenti ad oggi sono stati effettuati proprio da Israele che si dichiara invece la vittima del conflitto. Tel Aviv parla di offensive preventive per difendere sé stessa da una probabile ecatombe. Israele però introduce nei suoi discorsi troppi condizionali che nulla c’entrano con la realtà seppur violenta del conflitto che infuria anche in casa propria. L’Occidente che ha perduto lo spirito ormai da tempo immemorabile trova nel musulmano l’odioso nemico da combattere e da distruggere definitivamente. È l’Occidente che vive una condizione d’inferiorità morale, fisica, religiosa, etica e filosofica. L’Occidente non combatte guerre interne e deve necessariamente fomentare guerre esterne: questa è la legge della guerra. O si hanno nemici interni oppure occorre trovarne altrove. Nella seconda metà degli anni Trenta del Novecento la Spagna era alle prese con un nemico nato nei confini nazionali. Ebbene, la Spagna non esportò il conflitto in nessuna parte del mondo. La Guerra Civile Spagnola fu l’ultimo conflitto di religione che si combatté in Europa ma rimase entro le frontiere di Madrid. La guerra in Terra Santa – avente una fortissima connotazione religiosa – si combatte in più giurisdizioni. Durante la Guerra Civile Spagnola le forze esterne entravano in Spagna per combattere; nella guerra israeliano-palestinese sono le parti in causa che esportano il conflitto nei Paesi limitrofi. La guerra è un ottimo regolatore della vita politica di uno Stato, se nello stesso sussiste una condizione di equilibrio quello Stato deve cercare di creare una “differenza di potenziale” fuori dai suoi confini. È una questione di vita o di morte, se uno Stato non produce guerre non può vivere.